Qualcosa su di me

Mi chiamo Andrea Moro, sono un appassionato di informatica da quando avevo 8 anni e da quando mio padre mi regalò il C64.

Qualche anno più tardi, il mio primo pc e nel 1994 la prima esperienza con Internet, di cui mi sono subito innamorato e con cui oggi mando avanti la mia attività di Web Designing e posizionamento nei motori di ricerca.

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Gestione del testo: font e CSS

Pubblicata il 08/10/2006 da Admin in CSS Tags: ,

I fogli di stile permettono una maggiore padronanza della formattazione del testo rispetto all'HTML, e contestualmente offrono anche una gamma più ampia di attributi applicabili di cui da tempo l'HTML soffriva la mancanza.

 

Per dare un'idea immediata di come queste proriet&agrave; modifichino la formattazione del testo, negli esempi a seguire verr&agrave; utilizzata la formattazione in linea; si ricorda tuttavia, che la stessa formattazione, inserita in un foglio di stile e associata con appositi tag ID o tramite classi, permette di applicare la formattazione agli oggetti interessati.

Attributo family

Cominciamo con l’attributo ‘family’ e i suoi corrispondenti valori: la proprietà Font-Family ci consente di specificare la famiglia di font.

Supponiamo di voler utilizzare il font Garamond per un paragrafo intero, come quello che state leggendo.

Per ottenere il risultato sopra mostrato, si &amp;egrave; inserito una cosa di questo tipo:

&lt; p style=&quot;font-family: Garamond, sans-serif;&quot;&gt;Testo< /p>

E’ comunque buona norma impostare piu’ di un font, ed in particolare utilizzarne almeno uno generico tipo il sans-serif, da posizionarsi sempre come ultimo font della lista. Questo perchè se i font specificati non sono disponibili sul computer dove la pagina HTML sta per essere visualizzata, almeno si avrà la certezza che il font di default, comunque sempre presente nel sistema operativo, verrà utilizzato per la visualizzazione della pagina stessa. Si ricorda inoltre che nel caso si vogliano utilizzare font il cui nome è composto da più di una parola, il nome del font deve essere racchiuso tra i doppi apici.

Abbiamo poi la proprietà font-size, che si preoccupa di impostare le dimensioni del carattere del font, e che ricordo ha maggior valenza rispetto all’attributo SIZE dell’HTML. Questo significa che se nella porzione di codice HTML dove viene modificato via CSS la dimensione del font esiste anche il size dell’HTML, questo verrà praticamente ignorato.

Attributo size

Con il CSS le dimensioni del font consento di impostare valore estremamente pi&amp;ugrave; precisi e di gran lunga superiori al tradizionale size HTML.

&amp;lt;font style=&quot;font-family:verdana; font-size:15pt;&quot; size=&quot;50&quot;;&gt;Attributo size&amp;lt;/font&gt;

Ma soffermiamoci un momento per prendere in considerazione le varie unit&amp;agrave; di misura applicabili. Nell&amp;rsquo;esempio sopra &egrave; stato usato il point (pt) che &eacute; la misura largamente pi&ugrave; adottata, ma vi sono altre unit&agrave; di misura a disposizione.
La scelta sta tutta a chi disegna la pagina, ma andrebbe comunque seguita per definizione una regola generale, che in questo esempio non &egrave; stata presa in considerazione.
Sto parlando della possibilit&agrave; intrinseca che la misura offre di essere ridimensionata, mantenendo le sue proporzioni. Detto questo, tanto il pixel (px) o il point (pt) sono unit&amp;agrave; di misura fisse che non consentono un corretto ridimensionamento e non andrebbero mai utilizzate per per le dimensioni del testo. E' un p&ograve; come voler misurare il peso di un oggetto in centimetri.

Il motivo di questo specifica, dettata peraltro anche dal W3C, &egrave; che alcuni utenti con particolari problematiche visive, piuttosto che utenti che vogliono poter leggere senza per questo dover essere succubi delle dimensioni di testo impostate dai programmatori, devono, senza per questo sconbussolare il layout grafico del sito che consultano, poter allargare o stringere il testo a loro piacimento.
Le misure corrette da utilizzare sarebbe quindi la percentuale (%) o la dimensione originale del font stesso (em). Detta regola, ovviamente, non vale quando si sta realizzando un foglio di stile per le pagine il cui output sar&agrave; la stampante, dove &egrave; d'obbligo l'uso di una dimensione fissa tipo il pixel o il point.

Un grado generale di tutte le unit&amp;agrave; di misura:

px : ossia pixel, unità fissa;
cm : centimetri, unità fissa;
pt : abbreviazione di point, un pt equivale ad 1/72 di pollice, unità fissa;
in : abbreviazione di inch, pollice. Un pollice equivale a 2,54 centimetri, unità fissa;
% : percentuale, unità relativa;
em : altezza naturale del font, unità relativa;
en : metà dell’altezza naturale del font, unità relativa;

In realtà esistono altri attributi per modificare le dimensioni del testo, poco usati e che invito a leggere attraverso sito ufficiale del W3C (in lingua inglese).

Lo stile del carattere. Sarà spesso capitato di scrivere del testo in corsivo, e la proprietà font-style serve ad impostare proprio questa sua caratteristica. Così mettendo un italic il testo verrà scritto in corsivo. Esiste anche un’altra proprietà, oblique, che è molto simile all’italico e per questo la rende praticamente inutilizzata. Di fatto l’oblique dovrebbe tentare, nel limite del possibile, di mettere in posizione italica un font, utilizzando comunque il font base, senza per questo caricare la versione specifica, “risparmiando memoria”. Data la velocità dei moderni calcolatori, questo risparmio è praticamente invisibile.

Tuttavia, per chi ha un pò di familiarità con i font, avrà certamente notato che un font è spesso accompagnato da più di un file; questo perchè ad ogni file corrisponde una versione del carattere, quindi normale, italico, grassetto ecc. Durante il normale utilizzo delle applicazioni che si servono dei font, all’uopo viene caricata la versione corretta del carattere; questo è quello che succede anche con le pagine HTML. L’uso di oblique serve ad evitare questo ulteriore caricamento.
Il valore di default della proprietà font-style &egrave normal, che specificato o meno, lascia il testo invariato, cos&igrave come il True-Type &egrave stato realizzato.

Attributo font-weight

Concludiamo con il peso di un font, la cui propriet&agrave; CSS &egrave; font-weight. Serve a definire la consistenza o il peso visivo del testo. Si applica a tutti gli elementi ed &egrave; ereditata.

Il peso di un carattere può essere espresso con una scala numerica o con parole chiave. I valori numerici vanno dal 100 al 900, ordinati in senso crescente (dal leggero al pesante). Mentre le parole chiave possono assumere il valore di normal, valore di default, il cui valore &grave pari a 400 e bold, che consente al carattere di acquistare l’aspetto che definiamo con la parola grassetto, e il cui valore equivale a 700.
Abbiamo poi due ulteriori parole chiave, di tipo relativo, che consentono ad una determinata porzione di testo parente di apparire rispettivamente più pesante o più leggero. Queste parole chiave sono bolder o lighter.

Le differenze durante l'uso di bolder e lighter sono spesso minime, che difficilmente si pu&amp;ograve; notare la differenza e in alcuni casi non supportate (vedi lighter in IE 6). Tuttavia sebbene poco utili, almeno dal mio punto di vista, non potevo ometterle dalla spiegazione.

 


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Google si sà, è ad oggi il motore pià utilizzato per le ricerche a livello mondiale. Si stima che un buon 70% delle query giornaliere vengano fatte attraverso questo motore di ricerca.

La quantità di risultati che esce fuori è incredibile! Spesso questi risultati si moltiplicano da un giorno all’altro. La “colpa” di questo è in parte di Google, che data una query genera una lista di risultati alternando le singole parole passate alla query stessa con una lista di potenziali sinonimi, e per un’altra parte dei webmaster o dei SEOer che si dilettano a fare SPAM anche durante le indicizzazioni, utilizzando tecniche poco corrette come il cloacking, le doorway pages (che solo oggi rileggendomi le linee guida di Google apprendo non essere più considerate in maniera positiva), il keyword stuffing e tante altre piccole tecniche, che vi posso assicurare, alla lunga non pagano.

Google periodicamente effettua delle pulizie degli indici, e sebbene questa pulizia sia un processo del tutto automatico, sempre raffinato, la cui risultanza è spesso e volentieri l’eliminazione di molti siti web, nulla vieta a webmaster e altri SEOer di segnalare al motore stesso dei siti web che non rispettano le loro linee guida.

Tale segnalazione è possibile farla presso questo link, e vi posso assicurare che funziona, perchè comunque Google mi ha mandato - per quelle occasioni in cui ho avuto modo di fare delle segnalazioni su alcuni siti non conformi - un fax di risposta dove dicevano di aver preso in carico la segnalazione.
Ed effettivamente, per qualche tempo, i siti segnalati non sono più stati visibili per poi tornare nell’indice, perchè hanno corretto gli “errori”.

Google, infatti, dovrebbe inviare all’e-mail principale del sito web - se la trova - una missiva spiegando che se non si provvede alla sistemazione del sito, lo stesso verrà rimosso. Di questo non ne sono certo, ma il fatto che si possa sparire dall’indice di uno dei più importanti motori di ricerca, certo non è una cosa positiva.
E anche se si sparisce solo per pochi giorni, onestamente, sono giorni persi a cui preferisco non andare in contro.


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I motori tematici servono veramente a qualcosa? E’ una domanda importante sotto certi punti di vista a cui vorrei cercare di rispondere perchè il più delle volte è frutto di inusitate e spregiudicate credenze da parte degli utenti e possibili clienti.

Partiamo però con il definire cosa sono i motori tematici, o meglio, cosa realmente ci si dovrebbe aspettare dai motori di ricerca.

Purtroppo, e questa è una amara constatazione, i motori di ricerca non sono perfetti e sebbene stiano cercando di migliorare, sull’altra sponda ci sono sempre webmaster che si affannano a creare siti web senza una testa ne una coda, o chi di proposito crea siti esclusivamente a titolo di “mondezza” rendendo di fatto la rete un enorme calderone dove confluiscono il bene e il male ed è l’utente a doversi raccapezzare su cosa possa essere veramente valido e cosa no.
Quando si trovano siti potenzialmente interessanti, questi sono spesso confusi e complessi da usare.

Purtroppo il panorama dei siti web italiano (quantomeno rispetto al resto del mondo, quello anglosassone in particolare) è ancora molto lontano dall’aver raggiunto livelli ottimali di efficacia, usabilità, chiarezza.
Siamo ancora in una fase in cui è la tecnologia ad essere al centro (flash, banda larga, data base, funzionalità) e non semplicemente l’utente e le sue aspettative.

Non sempre i motori di ricerca sono lo strumento giusto (qualche volta l’interazione umana continua ad essere il miglior sistema di ricerca) e credo ci sia una soglia - data dalla conoscenza dello strumento che si sta usando e delle sue potenzialità - al di sotto della quale è più la fatica di cercare che l’utilità.
C’è poi anche quella soglia conoscitiva del settore di pertinenza, che dovrebbe far parte del bagaglio di conoscenza umana, che secondo me dovrebbe essere alla base di chiunque tenti di usare un qualsiasi strumento per ottenere dei risultati.

Una vecchia battuta racconta di un tale che, davanti ad un gigantesco calcolatore, dopo aver ricevuto spiegazioni sulla sua utilità:  ”Sa tutto, contiene tutte le informazioni esistenti, chiedigli qualsiasi cosa e ti darà la risposta corretta”, chiese semplicemente: “Come sta mia zia?” e il calcolatore ovviamente non seppe rispondere.

Anche le mie ultime vacanze, italiane quest’anno, le ho organizzate prenotando tutto su Internet, e vi posso assicurare che a volte anche per ricerche semplici - o forse più mirate - il NULLA sembra essere l’unica strada offerta.

Ecco allora che i motori tematici, proprio perchè rispondono al requisito universale della ricerca condotta, sembrano essere la chiave di volta necessaria per chiunque voglia ottenere dei risultati seri da internet.
I motori tematici, in parziale deroga al concetto delle directory, trattano di uno specifico argomento che utilizzano come minimo comun denominatore.
Approdando quindi su di un motore tematico è assai più facile che i risultati ottenuti da una ricerca al loro interno sia decisamente più pertinente di una query fatta su di un motore di ricerca.

I motori tematici sono anch’essi gestiti da persone umane, da editori, se così li vogliamo definire, ma nel 90% dei casi, forse anche di più, il loro fine è puramente commerciale.
Quindi i risultati possono venire estrapolati secondo dei criteri economici piuttosto che di pertinenza (utilizzo il condizionale, anche se in alcuni casi l’imperativo sarebbe stato più corretto) .

Detto questo, per quanto ben indicizzati possano essere questi motori, ci ritrova con un problema di fondo: ad essere indicizzato non sarà quasi mai il nostro sito web, bensì una doorway page, quindi il concetto è che la pubblicità vera o comunque almeno il 50% sarà sempre a favore del motore tematico. In sostanza ci ritroviamo con un investimento che già alla partenza perde metà del suo valore.
Ma andiamo oltre. Tutti i motori tematatici conterranno da poche centinaia di risultati fino a qualche milione nei casi più grandi. Questo rende di fatto obbligata una parametrizzazione in fase di ricerca che complica all’utente estremamente le cose, perchè - prendiamo come spunto le Pagine Gialle e il loro sito (che del resto rispecchia la logica della pubblicazione cartacea) - se l’utente non sà che in un dato paese esiste una data attività, di risultati non ne troverà nessuno.

Ecco quindi che l’efficacia di questi motori, a parer mio, è del tutto insignificante, per lo meno quando devono essere utilizzati come unico sistema di pubblicità adottato al fine di far accrescere la popolarità del proprio sito web e convogliare un numero maggiore di utenti interessati ai nostri prodotti o servizi.
Molto meglio investire gli stessi soldi in campagne Pay-Per-Click se proprio non si vuole investire nell’indicizzazione, perchè ai motori tematici, così come per i Pay-Per-Click va destinato un budget che deve essere rinnovato annualmente, pena l’eliminazione.


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Con il termine Doorway si intende una porta di ingresso secondaria, e con page la pagina, quindi miscelando il tutto si ottiene una pagina con un portone di ingresso.
Una doorway page contiene vari elementi associati ad altre pagine dello stesso sito. L’unica differenza è che il titolo, i meta tag e i “vari contenuti” (Quando presenti) sono stati ottimizzati per una specifica parola chiave (o combinazione di parole chiave) o per uno specifico concetto.
In parole povere, si tratta di una pagina ottimizzata pubblicata su su di un server X e indicizzata nei motori di ricerca affinchè il visitatore che entra in quella pagina pensa che “anche” quella dove sono capitati è una pagina del sito che hanno scelto di consultare.

Le doorway pages generalmente non sono considerate spam dai motori di ricerca quando vengono utilizzate correttamente dando informazioni utili, contenuti informativi validi ed elementi grafici contestuali a quelli del sito. Tuttavia il largo impiego di queste doorway pages fatto nel passato non aveva felici riscontri dal punto di vista grafico e le pagine che venivano create davano l’impressione che esistessero due “versioni” di un sito.
Un altro problema è che spesso queste doorway pages venivano inserite sui siti web di coloro che indicizzavano il sito, e questo era un bene, forse, per i motori di ricerca - che a queste cose non badavano, e che quindi trovavano un link naturale verso il sito x - , un male per gli utenti che capitavano su quella determinata pagina, che comunque si accorgevano di qualche cosa di poco “pulito”.
Questo dava luogo anche ad un altro incoveniente; quando il rapporto di collaborazione tra il proprietario e il SEOer terminava, quest’ultimo cancellava immediatamente la pagina ottimizzata, e di li a poco il sito web, che spesso poteva contare solo sulla doorway page, tornava nel limbo assoluto dal quale era inizialmente partivo.

Oggi cosa succede
Oggi c’è una crescente tendenza a considerare le doorway con un pò di scetticismo, poiché alcuni utilizzano le doorway non per offrire contenuti interessanti per i visitatori, ma solo parole chiave e collegamenti ipertestuali studiati per aumentare in modo artificioso la rilevanza della pagina agli occhi dei motori di ricerca. E come non smetterò mai di ricordare, i motori di ricerca sono in costante evoluzione e questi “giochini” prima o poi tenderanno ad eliminarli completamente.
Si dovrebbe pertanto inziare a pensare a delle doorway page un pò più complesse, con del testo eloquente, links, immagini, insomma ad una vera e propria pagina del sito e non quei quattro links che puntano al sito web principale.

Ma veniamo al lato pratico, servono veramente?
Tenuto conto di quanto sopra detto, personalmente preferisco più ottimizzare le pagine del sito web che mi viene affidato piuttosto che creare pagine nuove, anche perchè fare da content-editor spesso non è facile.
C’è bisogno di una spiccata dote nello scrivere e sicuramente una vasta cultura generale per poter trattare i più disparati argomenti con cui si potrebbe avere a che fare.
Questo perchè difficilmente il cliente ha del tempo per scrivere testi da poter inserire nel suo sito, ma soprattutto perchè per quanto si possa essere bravi nello scrivere, non avendo una conoscenza diretta di tutti i comparti aziendali della struttura per la quale si sta lavorando, si potrebbero trasmettere delle informazioni non proprio in sintonia con la struttura stessa, creando più danni che benefici.

In giro trovo parecchie opinioni contrarie, dove si parla di doorway pages, di pagine ben fatte, di utilizzarle nei domini secondari in modo che se le pagine e i domini vengono penalizzate, a risentirne non è il dominio principale.
Onestamente credo che il tempo che debba investire nel creare doorway pages, anche ben fatte, configurare sotto-domini o acquistare domini nuovi, sia tempo e denaro sprecato.
Quindi qui lo dico e non lo nego. Io non uso le doorway pages.


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