Da sempre la geo localizzazione di un sito è stato un problema per i motori di ricerca che cercando di identificare tramite l'IP la locazione del server, partivano dall'assunto che il server in america corrispondesse ad una ditta americana piuttosto che italiana come spesso accade.

Cosa comporta una Geo localizzazione forzata?

Da un punto di vista strettamente utente questa cosa non comporta niente. Un sito indicizzato lo è tanto che sia hostato in america piuttosto che in papuasia.

Da un punto di vista SEO, quindi dal concetto in che posizione si trova il mio sito web nella SERP, è tutt'altro discorso, specie quando si usano le versioni localizzate del motore (un google.fr o un google.co.uk) o quando si richiedere di restringere i risultati a siti che sono esclusivamente inglesi o francesi.

Come fanno i motori di ricerca a capire di che nazionalità è il mio sito? I motori di ricerca cercano di ricavare questa informazione in base al TLD piuttosto che all'IP del server sul quale gira il sito web determinandone l'appartenenza geografica del sito.

Ad esempio, si prenda il dominio www.caravaggiogarden.com. Se andassimo a guardare la sola estenzione, .com per l'appunto, si potrebbe pensare che il sito sia di una ditta straniera. Se facciamo un reverse lookup, ci si accorge invece che il sito è hostato in Italia. Su quale informazione il motore si basa per stabilire se farlo apparire nella lita dei risultati delle ditte americane? Su quale informazione potrebbe, assumendo l'ipotesi che si stia facendo una ricerca globale, far apparire il mio dominio prima o dopo di un altro?

MSN, ad esempio, si basa strettamente sull'IP, Yahoo da ragione prima al TLD e poi all'IP. Insomma tutti i motori applicano una propria logica; ma finalmente Google è corsa ai ripari.

Impostare la locazione geografica.

Da qualche giorno è disponibile nel Webmaster Tool di Google, sotto il menù strumenti, una voce Set Geographic target, che consente al titolare dell'account di specificare per ogni sito una locazione geografica a scelta dell'utente che si presume coincida con la sede dell'attività del sito web rappresentato dal dominio in oggetto.

Questa localizzazione permette di selezionare anche lo stato, ma solamente per i domini dal TLD generico (.com, .net, .org, .info, .tv, ecc. ecc). Un dominio .it, si presume appartenere ad un soggetto italiano (come del resto prevedono le regole di registrazione del dominio).

Come procedere

primo-step-geotool-googleLa maschera di impostazione, nella versione integrale, si presenta come nell'immagine qui accanto.

Impostando il checkbox su associa, comparirà il frame dove consente di specificare tutte le insecondostep-geotool-googleformazioni.

 

Attenzione al campo STATE. Per noi italiani, che non abbiamo uno stato, si deve inserire la provincia, ma sotto forma di sigla e non per esteso, pena una perenne maschera di errore che dice di inserire uno stato valido.

Poche semplici informazioni, quindi per dare un aiuto a Google per meglio geo localizzarci.

C'è ora da domandarsi se queste ulteriori - preziose - informazioni possano essere utili al motore come ci si aspetta e quindi determinare un incremento - seppur minimo - di posizioni nelle SERP.

Essendo uno strumento piuttosto nuovo, credo che occorrerà del tempo per poter valutare gli effetti di questa cosa. Per il momento, visto che due battute di tastiera pesano poco, io mi approssimo a farlo per tutti i siti che gestisco.

 

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landing pages

Partiamo subito con il precisare la differenza tra landing page e doorway page, in modo da sfatare il motivo per il quale sono da sempre stato contrario alle doorway pages, che fatto salvo i primi anni (parliamo del 2000-2001) quando queste erano una buona tecnica, non ho mai più usato.

Le doorway pages, come dice il nome sono una porta di accesso al sito web, ma a differenza delle landing page (pagina di atterraggio ndr) sono posizionate su di un sito web esterno al dominio principale.
Ne consegue che tutti gli sforzi profusi per far salire le doorway page all’interno delle SERP dei motori di ricerca si vanifica quando il dominio che fa hosting per le doorway page scade, viene bannato o cambia completamente contenuto (e di conseguenza deve essere rivalutato dai motori).

Di contro, utilizzando le landing pages (o squeeze pages, squeeze da concentrato ndr), gli sforzi che si fanno vengono rivolti interamente al sito web principale, perchè il contenuto della landing page è ospitato nello stesso dominio del sito web che si sta ottimizzando.

I pro e i contro: se si gioca pulito, si fanno quindi delle pagine utili, corrette sicuramente la lancetta pende tutta a favore delle landing pages. Se invece si stanno facendo esperimenti, si è alle prime armi, o peggio si è senza scrupoli, fate un favore a voi stessi e al cliente che si è fidato – purtroppo di voi – usate le doorway pages.

Mi sono infatti capitati casi in cui chiamare scempio il lavoro svolto era un lusso. Detto questo, analizziamo quali sono gli elementi costituenti di una landing page.

 

Quali sono i fattori base di una landing page:

1) Capacità di trasmissione: le landing pages deve dare la senzazione all’utente di essere capitato nel posto giusto per l’informazione che stavano cercando. Il testo deve essere semplice, chiaro, senza errori o ORRORI di ortografia.
Il testo chiave deve essere generalmente scritto tra il centro e la fine della pagina, questo perchè statisticamente parlando, di un testo letto mediamente ci si ricorda quasi sempre dalla seconda metà in poi di quanto è stato letto.

2) Capacità di retenzione: la pagina deve avere collegamenti strutturali al sito web che si sta spingendo. Quindi il menù di navigazione, per esempio, o la sitemap o qualche collegamento diretto ad altre pagine del sito che sia di supporto o approfondimento per la landing proposta.
Da evitare quindi assolutamente link esterni o peggio ancora banner o collegamenti sponsorizzati che possa distrarre l’utente.

3) Credibilità:  questo è un punto dolente. La credibilità di un sito generalmente la si conquista con il tempo, ma per coloro che atterrano sul vostro sito per la prima volta la credibilità viene trasmessa anche da come il sito web è presentato. Parliamo quindi di tre fattori fattori omogenei quali:

  • aspetto grafico,
  • qualità dei contenuti,
  • pagina dei contatti ben strutturata (dove si evince in maniera chiara che la ditta o il soggetto esiste).

In quanto all’ultimo fattore questo è direttamente collegato al punto 1, ovvero evitare di lasciare landing pages che attirino l’utente per qualcosa di potenzialmente inutile. Ad esempio se si sta lavorando su un sito di una agenzia turistica, è inopportuno lasciare una pagina che attiri l’utente per un’offerta di pasqua dell’anno precedente.

La pagina in questione, che può essere lasciata per motivi storici piuttosto che di completezza, dovrebbe per esempio essere aggiornata in modo che l’utente capisca di primo acchitto che l’offerta è scaduta, piuttosto che dovrebbe essere marcata con il tag unavailable_after (per ora accettato solo da Google, ma speriamo presto anche da altri motori).

Per esempio, qualche mese fa ho lanciato una offerta promozionale dove regalavo un buono vacanze se si realizzava un sito internet, ed essendo l'offerta a tempo, ho aggiunto il tag in questione.


Cosa non dovrebbe fare invece una landing pages. 

4 buoni consigli che in parte richiamano l’esatto opposto di quanto sopra enunciato.

1) Pagine antiestetiche
L’estetica è il primo metro di valutazione che un utente ha per attrarre il proprio visitatore. Una pagina vecchia, senza accorgimenti, senza un filo conduttore equivale a un visitatore perso. E questo non vale solo per la landing page, ma per tutto il sito.
Non è necessario essere il Picasso o il Monait del web, ma nemmeno lasciar fare le pagine ad un principiante che usa il mouse come se fosse un joystick di una playstation.

2) Pagine non sicure o “fuorvianti”
Ovvero pagine che contengono codice maligno e non sicuro. In questo caso, spesso o direi quasi sempre, l’attenzione non è fatta con proposito, ma una buona strigliata va comunque rivolta tanto al webmaster che cura la pagina, tanto al cliente che accetta passivamente l’esposizione di banner, piuttosto che di statistiche contatore o di codice javascript (per fare non sò bene cosa) inserite da chi fa o cura
il sito senza che quest’ultimo abbia la bontà di preoccuparsi cosa accidenti fa realmente il bottoncino che si è aggiunto.
Spesso quel bottoncino o quel codice sono causa di infezioni virali, spyware, malware che poco sono graditi da parte degli utenti.
In questa categoria ci aggiungo anche tutte quelle pagine che aprono tonnellate di pop-up e che invadono lo schermo dell’utente. Grazie al cielo sono ormai poche e quelle poche sono ben contrastate dai pop-up blocker.

3) Pagine troppo generalizzate o pagine “scadute”
Pagine che contengono riferimenti a fatti, azioni, promozioni che non sono attuali piutosto che testo poco chiaro che vanifica la ricerca dell’utente. Se cerco la parola hotel abruzzo, mi aspetto di trovare un hotel in abruzzo, non un’offerta di una casa vacanza ne tantomeno quella di un agriturismo in abruzzo.
L’uso indiscriminato però delle parole chiave e dei sinonimi spesso contribuisce a falsare i risulati restituiti dalle SERP, perchè nell’esempio sopra citato sempre di tipologie di alloggio in Abruzzo si tratta.

4) Pagine mancanti
Nulla di peggio di questo errore, che restituisce un bel codice 404, quindi risorsa mancante, perchè il nome della pagina è stato scritto in maniera errata o peggio perchè la pagina è stata rimossa.
In casi come questi la cosa migliore è utilizzare il Google Webmaster Tool o lo Yahoo Center (visto che sono gli unici due motori che supportano questa cosa) e segnalare la rimozione di una specifica pagina.

Technorati Tags: Ottimizzazione delle pagine, Landing pages

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L'ottimizzazione del meta tag description è un altro di quei fattori on page necessari per l'ottimizzazione delle pagine.
E' la stessa W3C che nei suoi suggerimenti dice che una buona descrizione contribuisce ad innalzare il CTR (tasso di conversione) della pagina.

Non sono del tutto in linea con questa affermazione per un semplice motivo. Se si notano i risultati restituiti nelle SERP si potrà vedere che le parole chiave ricercate compaiono nei motori di ricerca in grassetto tanto nel tag title, che nella description che nel nome del file qualora questo sia stato scritto SEO-Friendly.
Ne consegue allora che l'attenzione dell'utente si sposta spesso e volentieri su quei risultati che contengono un maggir numero di parole evidenziate.
Questa ovviamente è una mia personale considerazione, basata però su alcune analisi che ho avuto modo di svolgere su una serie di persone piuttosto che su alcuni test.

Al di là della mia convinzione, il fatto che il meta tag description debba essere ben composto non vi è ombra di dubbio; se proprio non sapete cosa scrivere o siete così poco fantasiosi, lasciatelo vuoto che è meglio. Ci penseranno i motori di ricerca con i loro algoritmi ad estrapolare una parte del testo - ammesso che ne esista una - in linea con la SERP.
Apro una parentesi: non spaventatevi se al di là del fatto che esista il vostro tag description, questo non venga mostrato. Ho infatti avuto modo di notare in più di una occasione che laddove la "forza" intrinseca della porzione di testo mostrata era più alta rispetto al tag description, quest'ultimo venisse ignorato. Casistica che si presenta con una maggior frequenza con Google.

Altro caso in cui la description può non essere quella da voi impostata è quando il vostro sito, catalogato in una Open Directory tipo DMOZ o la Directory di Yahoo, prende la descrizione che l'editore ha associato al vostro sito all'interno della directory.
Per evitare questo "disagio" è sufficiente aggiungere questi due meta tag per le pagine che vi interessa:

e

Riassumendo:

1) Meta tag descrittivo, in linea con la pagina, con qualche parola chiave che state spingendo per l'ottimizzazione;
2) Meta tag unica tra le varie pagine. Se la pagine è un seguito, cercate di distiguenge evidenziando i punti salienti della pagina stessa. Se invece siete in presenza di CMS o di sistemi di e-commerce, create un algoritmo che generi in automatico la description, ma fatela diversa.
3) Non inseritela proprio se non sapete cosa scrivere.
4) Lunghezza complessiva tra i 135 e i 160 caratteri. Oltre non serve perchè viene automaticamente tagliata dal motore di ricerca.

 

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Mickey Kataria ha postato sul blog di Webmaster Central che laddove è possibile verificare la proprietà di un sito appartenente, è ora possibile consolidare il file Sitemap e combinare gli URL in un unico file Sitemap.
In precedenza questa feature non era disponibile ed si poteva solo avere Sitemap distinte.

Un esempio in cui questa nuova funzionalità può essere utile è siti con sottodomini. Risulta infatti più semplice gestire un unico file Sitemap che contiene gli URL di tutti i sottodomini appartenenti magari allo stesso sito. Nel Google Webmaster vi sono maggiori dettagli, tuttavia è da notare che questa feature è riservata solo alla Sitemap di Google.

Gli altri motori che hanno deciso di adottare il protocollo Sitemap non sembrano - almeno al momento - supportare la cosa.

Fonte: Dealing with Sitemap cross-submissions

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A volte ci sono cose che ti fanno perdere un mucchio di tempo senza che una risposta rapida e risolutiva venga fornito dall'help del programma che si sta usando.

Premesso che spesso e volentieri si fa uso dei programmi installati sul pc al 50% delle loro capacità, quando ad esempio faccio i corsi ECDL per conto di alcune scuole locali, vedo sempre gli utenti utilizzare i rientri pagina per p

osizionare gli elementi, invece che le tabulazioni.

In fondo il risultato lo si raggiunge lo stesso, ma poi come far capire loro la differenza e il corretto uso. Dopo tutta la fatica poi, quando ci si trova all'interno di una tabella, ecco di nuovo i problemi perchè di default Word all'interno della tabella, quando si preme il tasto tab, si sposta nella cella immediatamente successiva e non aggiunge la tabulazione come nei casi normali. Allora

Per aggiungere una tabulazione all'interno di una tabella si deve utilizzare la combinazione di tasti CTRL + TAB

 

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Frequentando i blog e i forum del settore seo, sempre più spesso si parla delle solite cose. Domande  trite e ritrite a cui non mancano ovviamente le solite risposte. Una di queste è quali sono i fattori on page più importanti e su come si devo sistemare il tag title.

Cerco allora di far luce, nella mia modesta esperienza, su questo argomento, sperando di dare una risposta definitiva – almeno al momento.

Come costruire un buon tag title

Premesso sempre che i fattori on-page nell’ambito dell’indicizzazione nei motori di ricerca rivestono circa un 30% (a mio avviso) del successo di un buon posizionamento, non è bene prendere sotto gamba questo 30% perché del resto è quello che poi – volente o nolente – serve a “stabilire il dialogo” con i vostri visitatori.

In particolare il tag title, se ci pensate bene, è visibile come intestazione nei motori di ricerca e come nome del documento all’interno della finestra del browser, quindi un titolo ben curato e forte sarà sicuramente di maggior imprinting che non il canonico “nome azienda” o “nome di sezione” e automaticamente questo si traduce in un maggior tasso di conversione.

Del resto il titolo quasi deve essere un riassunto del contenuto della pagina, che al di là di ogni ragionevole dubbio (fatto salvo prosaici tentativi di mascheramento) deve permettere all’utente di capire se una risorsa possa essere utile o meno.

Google, così come gli altri motori, mostrano in media intorno ai 50 caratteri nei risultati di ricerca (sottolineo la parola media). Se poi ci si mette qualche carattere particolare, la lunghezza si accorcia ulteriormente.

Assicuratevi che il title possa identificare correttamente il contenuto della pagina, mettendo quelle parole chiave che vi interessa posizionare e non “affogare” il title di parole chiave sperando che possa permettervi di salire più rapidamente.

Se in un primo momento questo potrà succedere, si spera che quanto prima il costante miglioramento degli algoritmi tenda a smantellare questo comportamento da parte di seoer poco corretti.

Il concetto di fondo è del resto sempre lo stesso. Scrivere per gli utenti, con un occhio di riguardo per i motori, ma non scrivere per i motori perché si vuole per forza comparire primi.

Assicuratevi sempre di avere tag title differenti per ogni pagina. Se per esempio una pagina è troppo lunga e necessita di essere spezzata in una o più pagine, evitate nella seconda pagina di ripetere – per quanto possibile - lo stesso tag title di quella precedente.

Infine, e non per ultimo, cercate di costruire frasi di senso compiuto e corte, magari usando qualche tecnica di scrittura giornalistica, che come dice la mia insegnante di inglese, prediligono molto la forma passiva, perché più concisa, ma soprattutto perché permette di invertire il soggetto con l’oggetto, dando a quest’ultimo maggior enfasi.

Queste sopra sono ovviamente delle linee guida. Non esiste il tag title perfetto così come non esiste la regola assoluta. I fattori che contribuiscono al posizionamento del resto sono molteplici e a volte anche il più piccolo cambiamento, come per esempio l’inversione di due parole nello stesso titolo, può produrre risultati nuovi migliori o peggiori.

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Tecnologia U3 Smart

Published 25/10/2007 by in Tips
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Purtroppo l'altro giorno dopo due anni di "onorato servizio" la pen drive da 1 gb che uso per le assistenze tecniche (spostare file, portarmi dietro applicativi e altro) decide di morire.

Devo necessariamente comprarne una nuova, così vado dal distributore e me le guardo. Sono una infinità (di marche, dimensioni, caratteristiche) e l'imbarazzo della scelta ovviamente c'è.

Mi focalizzo non tanto sulla capacità e nemmeno sulla marca, ma sulle carattestiche fino a che non scorgo su una di quelle esposte la sigla U3. Che roba è?

Inutile domandare al distributore che è li solo per vendere. Vabbè proviamola.

Tralasciando dettagli specifici, la U3 è una nuova tecnlogia che consente alla chiave di essere "operativa" e di avere una specie di "vita" propria consentendo di avere veramente l'ufficio in tasca con la portabilità intriseca che il sistema riserva.

Mi spiego. La chiave, preformattata in modo particolare in fabbrica, contiene due partizioni (una di sistema e una di dati di tipo FAT) che permette oltre al solito riconoscimento della chiave e installazione dei driver, anche una piccola utility grafica che viene lanciata al momento dell'inserimento nel sistema ospite. Questa interfaccia grafica permette quindi di utilizzare i dati e - ecco il punto forte - i programmi installati sulla chiave.

Di norma, nei sistemi windows, i programmai quando vengono installati devono necessariamente scrivere delle informazioni nel sistema che rendono il programma legato al pc a vita senza possibilità di spostarlo altrove.

Con la tecnlogia U3, i programmi scritti apposta per questo sistema, vengono installati sulla chiave, queste informazioni che devono essere scritte nel registro di windows in realtà vengono scritte in una specie di registro alternativo contenuto in quella partizione di sistema che viene "consolidata temporaneamente" al registro della macchina ospite senza far danno alcuno, consentendo di poter installare i programmi e utilizzarli direttamente dalla chiave senza che si necessiti per questo di autorizzazioni da parte dell'amministratore di rete di turno.

Trovo la cosa decisamente fantastica ed innovativa, per quanto vero che sono in ritardo di soli due anni visto che la tecnologia U3 si è affacciata per la prima volta nel 2005. Ma la scusa ce l'ho ... la vecchia chiave l'avevo comprata prima.

A parte questo, facendomi poi un giro per la rete ho visto che i principali produttori di Pen Drive che integrano questa tecnlogia sono Sandisk, Verbatim e Western Digital. Tutti hanno la loro personalizzazione del cosìdetto LaunchPad e offrono - chi più, chi meno - software già precaricati e altri che si possono scaricare gratuitamente dai loro rispettivi siti piuttosto che dal repository centrale della U3.

Degno di nota (ulteriore) di questo sistema secondo me è il tool di sincornizzazione, che consente di avere i file sincronizzati tra il pc master (per il quale si crea il profilo, e se ne possono creare più di uno) e quelli lavorati off-line. Per esempio si possono sincronizzare e-mail con Outlook, Outlook express (piuttosto che usare un Thunderbird direttamente dalla chiave ed evitare altri problemi), documenti vari, i collegamenti preferiti di IE e di Firefox.

Il tutto protetto da un antivirus, dato in licenza gratuita per lo meno dalla SanDisk (della quale ho comprato la chiave).

Ovviamente, e concludo, attenzione a non riporre troppa fiducia nelle chiavi. Sono facilemente smarribili, ma soprattutto possono rompersi come niente. E non sto parlando di rotture accidentali del tipo "la chiave finisce sotto la ruota della sedia della poltrona", ma cose del tipo che una chiave inserita nella porta usb riceve una sovralimentazione (non chiedetemi come e perchè) e "brucia" la chiave stessa.

Questa per lo meno è l'unica spiegazione che mi posso dare dopo che la chiave di due anni si è rotta e lo ha fatto anche quella comprata ieri con la quale sono stato a raccontarvi tutto questo.

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Parte integrante dell'indicizzazione nei motori di ricerca è quella di monitorare i risultati raggiunti e contemporaneamente cercare di capire i processi di ricerca sviluppati dagli utenti e i loro interessi, ovvero cercare un profilo di conversione tra la query richiesta, la SERP restituita e il possibile click che li ha condotti sul sito web.

L'analisi di questi dati sarà la risultanza di uno scenario congruo che corrisponde non più a previsioni fatte dal Seor sulle possibilità che una data parola chiave potesse essere più o meno interessante, ma sulla reale parola chiave posizionata che ha attirato l'utente. E non sempre la parola chiave è quella per la quale si è lavorato.

Spesso nella SERP possono comparire le nostre pagine per query la cui parola chiave non era quella ottimizzata con maggior valenza, ma che nel contesto globale l'algoritmo di un dato motore di ricerca ha saputo estrapolare e restituire come pertinente.

Sta a questo punto all'abilità del Seor far propri questi dati e utilizzarli per meglio imporre la propria professionalità e fare in modo che anche per quelle combinazioni di parole più "nascoste" vi siano pari o migliori possibilità di restituire il sito web indicizzato.

In quest'ottica un valido strumento di analisi è sempre stato il "Top Search Queries" del Webmaster Tool di Google a cui recentemente sono state aggiunte alcune interessanti novità, prima fra tutte un'escalation dei dati a livello temporale che oggi consente una profondità di visione fino a 6 mesi con dati che ora sono "rinfrescati" con maggior frequenza rispetto a quanto succedeva in passato.

Altro fattore importante è la percentuale di richiesta della query, ovvero quante volte quella parola chiave è stata utilizzata per effettuare una ricerca.

Infine il fattore download. E' stato introdotta la possibilità di scaricare un file in formato CSV con gli stessi dati mostrati a video per poter, ad esempio, generare con un foglio di calcolo complessi andamenti statistici piuttosto che calcoli previsionali.

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Avere un buon monitor non significa avere delle immagini perfette, ancor meno delle stampe realistiche siano esse state acquisite da scanner piuttosto che da fotocamera digitale.
Questo perchè ogni monitor (anche stessa marca e stesso modello, magari prodotti il minuto prcedente) hanno un profilo colore assolutamente unico e irripetibile, una specie di impronta digitale che consente al monitor di "interpretare" il colore restituito dalla scheda video sulla base del profilo e della tabella colore richiesta.

Il concetto è chiaramente un pò "professionale", ma è indispensabile onde evitare recriminazioni sulla fotocamera che non funziona, sulla stampante che ha i toni sbiaditi o sulla stamperia alle quale si mandano le foto.

Proprio perchè ogni sistema è diverso, impensabile che la mia foto sia identica anche sul sistema di stampa digitale del laboratorio. Così succede che se io faccio del foto ritocco - magari inutile - sulla foto delle vacanze per correggere quel troppo azzurro del cielo contrastandolo con del verde per scurire il tutto, lavorando l'immagine sul mio monitor non calibrato rischio invece di toccare qualcosa che invece era "perfetta" e il risultato - scadente - finale lo si vedrà solo in stampa.

Si rende pertanto necessario calibrare il proprio monitor (ed eventualmente la stampante e lo scanner) secondo lo standard ICC (International Color Consortium) supportato da Windows 98 in poi.
Questo profilo colore è in realtà un file che crea una tabella
(LUT = Look Up Table) i cui valori diranno alla scheda video quali segnali dovrà emettere per fare in modo che un determinato colore possa essere emesso correttamente dal monitor.

Per creare la LUT è indispensabile calibrare correttamente il monitor (quindi impostare correttamente il gamma, il livello di contrasto, di luminosità e il punto di bianco) e farne il profiling (cioè generare quel file con estenzione .icc) da utilizzare nelle impostazioni del monitor, della stampante e dello scanner.

L'operazione di calibrazione non è assolutamente semplice, direi quasi impensabile ad occhio nudo perchè ognuno di noi "vede i colori" a modo suo. Bastano poi minimi particolari esterni che influenzano la calibrazione al punto che ogni tentativo è vano.

Cosa fare allora? Premesso che ogni monitor dovrebbe uscire già "calibrato" dalla fabbrica - ma su questo non ne sono estremamente convinto visto che una buona calibrazione richiede una 20ina di minuti - sarebbe indispensabile - per chi del monitor ne fa un uso professionale - procedere all'acqisto di un colorimetro digitale.
Si tratta di un centinaio di euro o poco più e sicuramente vi solleverà da mattinate di stampe inutile e prove colore con eventuali software di calibrazione - che torno a ripetere sono alla fine influenzati da colui che calibra.

Se proprio volete risparmiare questi cento euro, allora potete tentare le sorti con alcuni software. Il più famoso è l'Adobe Gamma, distribuito però assieme al Photoshop, quindi non si tratta di un prodotto gratuito. Diversamente si può optare per il
QuickMonitorProfile e il QuickGamma due tool gratuiti.

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Oggi acquistare un monitor LCD è al tempo stesso facile e difficile. Non c’è scaffale di supermercato che non abbia la sua bella collezione: monitor LCD di diverse dimensioni, colori e a volte anche forme. Tutti corredati con i prezzi, ma quasi mai dalle reali caratteristiche tecniche che nella stragrande maggioranza dei casi sono completamente ignorate per carenza di conoscenze o perchè pù ingenuamente si pensa che uni monitor LCD siano praticamente tutti uguali.

E allora se sono tutti uguali, perchè ci sono monitor da 150 euro e monitor da 250 euro? Dove sta l’inghippo? E’ solo il negoziante / rivenditore di informatica che “ci sta provando” e che in realtà vuole ricaricare più del dovuto il prezzo?

Tutti sono liberi di pensare quello che vogliono, ma mi piacerebbe invece poter chiarire alcuni aspetti che determinano il “prezzo”.


La dimensione.

Per i monitor LCD si va dal 15 pollici ormai praticamente scomparso fino ai 60/70 pollici. Per un uso “da computer” ovviamente non servono monitor così giganti; li si sta parlando di monitor LCD che hanno anche funzioni TV o cmq monitor utilizzati per proiezioni video e similari.

Per un uno domestico ci si orienta dall’ormai diffuso 17 pollici fino al 22 pollici, assai più raro sulle scrivanie di casa, più frequente – se si è fortunati – negli uffici privati.

C’è da considerare una cosa durante la scelta, il “pollice” del monitor LCD non è lo stesso del monitor CRT (monitor a tubo catodico). Questo non perchè cambi la misura, che è e resta di 2,54cm per ogni pollice, ma perchè nel vecchio CRT la diagonale comprendeva anche i bordi esterni del monitor che rubavano spazio in sfavore delle reali dimensioni dello schermo, mentre nei monitor LCD la dimensione dei pollici è data dalla reale superficie utile.

Quindi, per fare un paragone, un monitor LCD da 17 pollici equivale ad un 19 pollici CRT.

Altro fattore dimensionale è il cosidetto schermo Wide Screen, cioè quello che supporta la cosiddetta risoluzione 16:9 (quella utilizzata nel cinema). In pratica, in questi tipi di schermi il rapporto LxH non è più di 1:1 (o quasi) ma diventa di 2:1, ovvero la base è più larga di quasi due volte l’altezza?
Perchè scegliere questi monitor? Se vi piace guardare film su DVD davanti al pc, sicuramente la risposta ve la siete già data da soli. Diversamente si ha un desktop più grande e capiente che per lavori tipo foto ritocco o video montaggio non guasta mai. Anche per gli IDE dei linguaggi di programmazione lo spazio non sembra bastare mai.


La risoluzione dei monitor.

A differenza dei monitor a tubo catodico, che mantengono la stessa qualità di visione a risoluzioni diverse, gli LCD danno il massimo soltanto alla risoluzione nativa. La spiegazione è semplice: negli LCD la risoluzione nativa dipende strettamente dalla dimensioni dello schermo.

Avremo così un monitor a 15 pollici la cui dimensione nativa è di 1024x768, un 17 pollici con 1280x1.024 e così via. Questo non significa non poter impostare altre risoluzioni (fermo restando i limiti fisici del monitor e della scheda video montata), ma si avrà una significativa perdita di qualità man mano che si usano risoluzioni non idonee. Questo spiega anche perchè quasi tutti i monitor sono dotati di una funzione di autocalibrazione che “sentono” la risoluzione alla quale vengono “forzati” e in alcuni casi se questa non è supportata si autoregolano su quella più idonea.

Concorre alla qualità delle immagini anche il dot pitch, ossia la distanza che separa un pixel dall'altro. Naturalmente più vicini sono questi punti (il valore si misura in millimetri), maggiore sarà la definizione dell'immagine visualizzata.


Luminosità e contrasto.

La luminosità si esprime in candele a metro quadrato (cd/mq). I monitor presenti in commercio sono quasi tutti da 300 candele, anche se ogni tanto mi capita di trovare anche monitor da 250 (che personalmente disdegno a priori).

Sicuramente tra 300 e 100 che invece erano le candele di un monitor CRT di differenza ce ne passa, ma quei 50 che a volte vengono ingiustificatamente (se non per quetione di cost reduction) sottratti vanno ad imputare negativamente sulla qualità dell’immagine.

Più un display a LCD è luminoso più sarà piacevole da vedere, e questo fattore si fa sentire soprattutto in ambienti molto luminosi. Ci sono LCD che arrivano anche a 450 candele, ma più di questo valore è importante il contrasto per assicurarsi che la qualità sia veramente all'altezza delle aspettative. Questo valore è indicato da un rapporto.
Al di sotto di 300:1 è meglio lasciar perdere; sono rari questi monitor, vero, ma ricordatevi che dietro il prezzo competitivo c’è sempre qualcosa che “manca”.


Tempo di risposta.

Uno dei valori più importanti della quale tenere conto è il tempo di risposta dei pixel che compongono l'immagine visualizzata sullo schermo, ovvero la velocità con la quale questi pixel vengono animati e di conseguenza la fluidità dell’immagine stessa.

Per applicazioni di tipo statico la cosa non ha una grande importanza, del resto questo particolare non viene sottolineato fintanto che a passare per i pixel non sono film, giochi o applicazioni che richiedano un certo refresh. Più è basso questo valore meglio è. Normalmente si trovano in commercio monitor intorno agli 8ms, ma recentemente ho preso per me un monitor da 2ms e vi posso assicurare che nel montaggio video la differenza si nota. Ma ho notato anche il prezzo.

L'angolo di visuale.

Quando un display a cristalli liquidi si guarda frontalmente fa tutto bene. Man mano che ci si sposta lateralmente o lo si guarda dal basso o dall'altro la qualità decade. Tutti i produttori forniscono l'angolo di visione orizzontale e verticale entro il quale le immagini visualizzate sono accettabili. Quando si legge in tabella 150°, si deve tenere presente che significa 75° a sinistra (o in alto) e 75° a destra (o in basso).

Il valore citato come esempio, è anche un valore più che sufficiente per l'uso normale di un monitor, del resto a meno che il monitor non sia ad uso film e quindi ipotizzato per essere visto da un comodo divano, ci si siederà normalmente in posizione frontale.


Gli ingressi dei monitor LCD.

Tutti i monitor hanno l'ingresso analogico (RGB), in altre parole il classico ingresso video dal connettore blu.
Quelli di fascia elevata hanno anche l'ingresso digitale (DVI), di nuova generazione, che li rende compatibili anche con i Machintosh recenti.
Se dovete scegliere tra due monitor quasi uguali, scegliete quello con l’uscita DVI, quella bianca (a patto che il vostro pc supporti questa uscita – e tutti i computer da un paio di anni a questa parte lo fanno).
Il segnale video, infatti, nelle schede video tradizionali è convertito in analogico prima di uscire dalla scheda, mandato al monitor che lo riconverte in digitale per essere visualizzato. L’informatica da sembre è stata assimilata ad un concetto semplice 0 e 1, ovvero più le cose sono semplici e meglio è. Quindi se si dispone di una di queste nuove schede video che fanno uscire direttamente il segnale in digitale e lo possono trasmettere per essere visto direttamente senza ulteriori trasformazioni è decisamente meglio. Significa una migliore qualità del segnale e, qualora il monitor abbia un tempo di risposta un pò più alto, questo fattore può anche fungere da compensatore.

Si possono poi trovare altre porte sul monitor, alle quale ognuno da l’importanza che vuole. Cioè non sono così vitali per capirci; per esempio un connettore USB, se proprio si vogliono evitare mal di schiena crucciandosi per inserire il pennino, o una uscita composita S-Video se si vuole attaccare la video camera o il video registratore per riprodurre (e in alcuni casi per acquisire). Onestamente non sono quest’ultime porte “aggiuntive” che influenzano la mia scelta.


Dot
Pitch

Per capire cos'è, dobbiamo sapere che un pixel - l'unità di misura più piccola dello schero - è composto di una serie di "dot", punti, generalmente 9, disposti in 3 file di 3.
Ciascun Dot è in grado di produrre uno solo dei tre colori primari RGB (Red-Green-Blue: Rosso, Verde e Blu) e il dot pitch è quinidi la distanza in millimetri tra il centro di un dot ed un altro adiacente dello stesso colore.
Minore è la distanza, maggiore è la densità di pixel a parità di superfice e di conseguenza migliore è la qualità del monitor (e quindi delle immagini che verranno visualizzate).
Qui la scelta è pressochè irrilevante se si sta comprando un monitor per uso ufficio (text editing piuttosto che fogli di calcolo, programmazione o giochi) ma di vitale importanza per chi fa grafica, indiscutibile per coloro che fanno foto ritocco o stampa digitale.
Il dot pitch medio dei monitor in commercio si attesta intorno allo 0,27, un buon compromesso per la maggior parte degli usi, ma minore di è caldamente consigliato per usi professionali. Allo stato attuale della tecnologia, si possono trovare in commercio anche monitor con Dot Pitch minore di 0,21 mm, ma anche qui non crediate che minore sia il costo e maggiore sia questo valore.

Pixel difettosi

Non per caso l'ultimo parametro, ovvero il metro di valutazione con il quale la casa madre riconosce i difetti dei pixel, cioè quelli che non si accendono proprio o quelli in cui i colori della scala RGB sono sono rappresentabili perchè uno o due canali danno i numeri.
Le informazioni che interessano sono: a quale classe appartiene il monitor e qual è la politica di sostituzione.

Le classi previste dalla norma ISO 13406-2 sono quattro, e specificano quanti pixel difettosi per milione possono esserci, suddivisi in Tipo 1 (accesi), Tipo 2 (spenti) e Tipo 3 (subpixel R, G, B accesi o spenti).
La maggior parte dei monitor in commercio sono oggi di Classe II, che tollera due pixel accesi, due pixel spenti e cinque subpixel difettosi per milione di pixel (contro 5, 15, 50 della Classe III).
Ma come se questo non bastasse, ogni produttore applica dei criteri "proprietari" in base alla distribuzione dei difetti nello schermo, quindi consiglio caloroso, cercate almeno di prendere in considerazione monitor la cui assistenza tecnica sia in Italia. Il più dei monitor a basso costo sono di marche di ditte che con l'Italia hanno a che fare solo per l'importazione. In caso di segnalazione guasti o di "incazzature" varie, potrete almeno parlare nella vostra lingua nativa.

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