In un mondo di speculazioni, dove il primo che arriva è il ben servito (vedasi il tizio che nel 1994 ha registrato il dominio pizza.com e che è riuscito a venderlo per la modifca cifra di 2,6 milioni di $ semplicimente sborsando 280$ in totale di tasse di registrazione per i passati 14 anni), la novità di oggi è che un tal Jason Gambert sembrerebbe aver passato la fase preliminare per il trademark sulla parola SEO, convincendo le autorità Californiane che per SEO non si intende più una disciplina generica riferita all’internet marketing, bensì una categoria di servizi specifici – offribili a questo punto dall’individuo.

La notizia, di SeoMoz – quindi testata seo abbastanza autorevole – non credo sia un pesce d’Aprile. Sarebbe decisamente in ritardo, quindi o la scrivente ha preso un grosso granchio o gli hanno passato una notizia fasulla, oppure decisamente la mia premessa è quanto realmente sta accadendo oltreoceano.

Onestamente trovo abbastanza sconcertante la cosa. Cioè, è come se io vado all’ufficio brevetti e decido di registrarmi una parola – acronimo per di più – di uso comune, e i tizi dall’altra parte accettano la proposta di registrazione senza nemmeno concentrarsi sul fatto che stiamo parlando di una parola di uso comune perchè peccatori di ignoranza.

Già, perchè, in uno stato (fondamentalmente) liberale come gli Stati Uniti, dove comunque tutto nella stragrande maggioranza dei casi è sufficientemente regolamentato (molto più di quanto non lo siano le cose qua in Italia), l’aver accettato una cosa del genere è solo sinonimo di un impiegato ignorante.

Staremo a vedere cosa succede nei prossimi giorni / mesi.

 

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