IDN … domini in tutte le lingue del mondo

Una cosa interessante e al tempo stesso spaventosa è successa la settimana scorsa – 30 ottobre 2009 – quando l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) ha deciso di ammettere la registrazione di domini con caratteri non latini, ovvero di accettare anche caratteri al di fuori del tradizionale alfabeto inglese, dei 10 numeri e del simbolo meno.

Di per se la notizia potrebbe non suscitare grande interesse, specie per un paese come l’Italia dove il 90% delle aziende è composto da piccole imprese e solo una minima parte di realtà sono multinazionali. Sembrerebbe quindi che non ci sia null’altro da dire, ma sono un tipo di larghe vedute; lavoro in un settore, quello del web marketing, dove questo genere di notizie non può assolutamente passare inosservato.

Questi domini, si apprende, verranno chiamati internazionalizzati (IDN) e secondo il CEO dell’ICANN, Rod Beckstrom, questo è solo il primo passo per l’internazionalizzazione di Internet.

Francamente mi sfugge qualcosa nella sua affermazione. Sembra come se fino ad oggi paesi come la Cina, il Giappone o la Korea con i loro ideogrammi non abbiano mai avuto accesso ad Internet. Forse ho solo travisato le sue parole.

Comunque la buona notizia sta nel fatto che in questa prima fase, l’internazionalizzazione sarà applicata solo a certi TLD (Top Level Domain) quali il .jp per il Giappone, il .cn per la Cina, il .ru per la Russia e via dicendo.

Ma di che mi preoccupo?

Come dicevo sopra una decisione di questo tipo porta con sè delle conseguenze a livello di marketing e di brand aziendale. In passato grandi realtà hanno fatto di tutto per accaparrarsi tutte le possibili estensioni e preservare la loro web identity e tutelarsi da possibili casi di cybersquatting e web spoofing (che in questo caso è la creazione di siti web molto simile all’originale con informazioni però atte – in fin dei conti – a sottrarre clientela dirottando gli utenti altrove).

Non sono rari quindi casi di aziende con estensioni geografiche per ogni paese: ad esempio, per rimanere nello stivale, Yahoo.it che acquistò il dominio da un mio amico ancora nel 1997 (mi pare), o come Facebook.it riassegnato dopo regolare procedura di contestazione.

Con questa nuova decisione però tutta la saga sembra di nuovo avere inizio.

A questo punto è solo da valutare quale sia il male peggiore, se quello – per le aziende – di dover rincorrere una nuova serie di registrazioni con tutte le restrizioni proposte dai singoli casi (ad esempio alcune nazioni non permettono di registrare un dominio se non sei fisicamente cittadino di un paese) o quello di continuare ad avere centinaia di migliaia di siti registrati con la specifica punycode e lasciare che sia il browser a tradurre il tutto in lingua nativa.

Da un punto di vista utente, onestamente parlando, il fatto che vi siano dei domini con dei caratteri non latini certo resterà un fenomeno confinato ad una stretta cerchia di utenti, i quali dovranno comunque fare i conti con le problematiche di internazionalizzazione della restante parte del mondo e dei relativi domini che sono e resteranno sempre in formato latino e dei loro client di posta elettronica.

Sempre lato utente, casomai io – utente neolatino – avessi voglia di andare a spulciare su uno di questi siti, l’esserci dei “geroglifici” al posto di un alfabeto normale, certo non mi aiuterà nel caso avessi la necessità di ricordarmi il nuovo – strano – indirizzo.

Allora il punto è, se negli ultimi 8 anni – già leggi bene, perchè i primi esperimenti sull’IDN risalgono in realtà al 9 novembre del 2000 – ICANN non si è più di tanto interessata ad una questione di questo tipo, perchè farlo ora? Ci sarà mica dietro una pura questione di marketing?

UPDATE del 16/11/09: L’Egitto registra il primo dominio in caratteri non latini. Ecco il primo paese a farsi avanti.
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